Questo e' un estratto da una "roba" a cui sto lavorando da un paio di anni. Gradirei sapere se cio' che state per leggere vi avra' fatto ca%are. Cosi' evitero' di continuare a straziare il mio gia' provato pc. Tnx.

andare, immobili



Mi ero alzato nello scompartimento vuoto - la gente era gia' fuggita, capitasse mai che il treno non avesse fermato in stazione, si sarebbe prontamente lanciata dalle porte sul lastricato sfrecciante. Avevo indossato, con movimenti che mi erano parsi perfetti e di una teatralita' sacra, il mio impermeabile, e poi ero rimasto per un po' immobile, colpito a sorpresa dall'immagine distaccata che i vetri del corridoio mi rimandavano. Fungevano da specchi, aiutati com'erano da una oscurita' apocalittica, ma giacevano imprecisi e infangati, e riflettevano un immagine sfocata, da naufrago. Risultavo cupo e misterioso, decisamente affascinante in quel che' di grottesco, perfino piu' maturo - aaaarrrgggghhh! - se volete. Pero' non era proprio io. Il viso era molto meno spigoloso, il naso meno marcato, ed i capelli si confondevano in una unica chiazza scura di colore. Mi vedevo da fuori, con una lucidita' che non avevo mai raggiunto prima. Vedevo i miei vent'anni - ventitre', grazie notaio - ...vedevo i miei ventitre' (!) anni chiusi in un cappotto troppo stretto, ventitre' perle di carbone, schizzate via rapide come un merci.

"Ehi, tu nello specchio...
"Che cosa mi rappresenti?
"Allora!?!
"Che cosa mi figuri?
"Hai una qualche cosa da insegnarmi o una qualche scusa da accampare per il tuo faccione da centrifugato? Se si', parla a mo' di telegrafo, che gia' mi prudono le mani, se no, cavati dal cazzo in tempo zero..."
"Cosa vuoi, Naufrago?"
"Non mi piace ripetermi. Ti ho gia' chiesto una volta chi sei e da dove vieni..."
"Amico, sono te. O meglio la tua immagine. Sono quello che vedono gli altri, sono l'esatta conseguenza delle tue scelte."
"Si', si', il flusso di coscienza... la retorica della maschera... E' un nastro gia' sentito. Fuori dalle palle che non mi piaci neanche un po'..."
"Non TI piaci neanche un po'. Non ci ho messo nulla di mio. Come dice il buon Gaber: Ti sei fatto tutto da te, ti sei fatto tutto di merda."
"Fanculo. Ho 23 anni e ne ho gia' le palle piene dei discorsi sulle scelte di vita.
"Bisogna impegnarsi per essere quello che si vuole? Ok. Voglio essere Dio. E tu, Figlio di Nessuno, non puoi permetterti di giudicare."
"Io non giudico. E passami il gioco da bambini: io rifletto. Poi se permetti lo so far molto meglio di te..."
"Ha ragione."
"E lei checcavolo vuole?"
"Ha ragione. E' solo colpa sua. Non si piace, no? Quello che lei e', le parti che recita, come procede la sua vita... E' solo Lei il responsabile."

-Cristo, adesso do retta anche al primo passante decerebrato...-

"L'esistenza, le proprie scelte, la maschera, la gente, gli amici, le ragazze, i genitori, la scuola, lo sport e la pizza margherita... sentite: Adieu!"

Avevo agguantato lo zaino, tuffato le mani in tasca e buttato giu' la testa. Il passo era deciso. La mia immagine prima aveva vibrato sulla porta sbattuta, poi si era dileguata seguendomi. Adesso camminavo spedito nel sottopasso tra i binari, e mi sembrava un po' di volare con le due ali di stoffa al mio fianco.

Fuori la notte si annunciava nerissima, e nonostante le luci della citta' riuscivo a scorgere un cielo completamente coperto. Ho sentito sulle mani la freschezza localizzata di alcune gocce d'acqua, o forse mi pareva soltanto, comunque non me ne sono curato, amando l'effetto della pioggia sui capelli, la coreograficita' conferitami dal buio e dal mio impermeabile/mantello. Sono partito spedito verso casa, continuando a guardare a terra, guardavo i miei piedi che si lanciavano uno oltre l'altro, l'orlo dei jeans che ondeggiava simmetrico. Camminavo cosi', come gli elefanti che vanno a morire, grave e indolente e meccanico. Pero' non riuscivo a cogliere il Senso di quella marcia. Cioe' mi sembrava che i miei piedi si muovessero autonomamente, ma senza meta, che macinassero chilometri virtuali su di un rullo a nastro. Allora acceleravo il passo, cercavo un asincronia, una prova di rotta autonoma.
Eppure andavo.
Completamente immobile.


-"Mamma chissa' se valeva la pena, fare tanta strada e arrivare qua"...sono giorni che sclero con questa cavolo di canzone del degre in testa..."Mamma chissa' se valeva la pe"...cos'e'...dev'essere la ragazza e la miniera. no e' l'abbigliamento di un fuochista. "Mamma chissa' se" si', la ragazza e la miniera. che stupido...
-credi di avere capito tutto. credi che si tratti del problema di un ragazzino in miniera. credi che non sia nulla che ti riguarda. credi di non dare una lettura superficiale della canzoni. credi.-

Sono sempre stato cosi', ho sempre avuto in testa una colonna sonora per ogni giorno della mia vita. Poi alle volte quelle musiche mi restavano in testa per piu' giorni, diventavano il sottofondo di una settimana, di un mese, o di una citta', di una casa, di un libro. Certo coi libri era piu' facile...

-de carlo.... beh, de carlo e' la "sonata al chiaro di luna" di beethoven... pennac e' hemingway dell'Avvocato, benni e' una qualsiasi canzone di silvestri. brizzi e' purple haze di jimy... simenon, simenon e' guccini che alticcio si siede al pianoforte, bukowski si e' reincarnato in capossela, non c'e' cazzo...-

Stavo percorrendo i marciapiedi mercenari di Corso Einaudi e nella testa mi rimbombava la Domanda, quella che fotteva qualsiasi mio approccio razionalista.
L'incontro con la filosofia alle superiori ed il tal prof di filo aveva fatto apparire tutti i filosofi (e si'... solo filosofi, tutti maschi, perche' la storia della filosofia, almeno quella dei testi scolastici, non annoverava donne pensanti) come scienziati del pensiero, lucidissimi, freddi, distaccati. Non uno che fosse stato sfiorato dal pensiero (reale) di tirarsi un colpo in testa. La mia affezione per quella materia era stata conseguentemente nulla - massi', lo so che non era solo colpa degli inzegnanti. Finita la scuola e bruciati i quablock del liceo ("'che i libri si rivendono...") mi ero riletto con rinnovato interesse i bignami di filosofia della Mursia ed avevo imparato a dare un collocamento spazio-temporale ad Hegel, Kant, Popper, senza pero' trovare traccia di donna pensante - ma poi esistera' questa chimera? Quelle nuove conoscenze esistenziali mi avevano procurato masturbazioni mentali da psicolabile fino a quando il mio inconscio le aveva rimosse o ridotte a pure nozioni.
Ora, a distanza di anni, mi ritornava in mente la Domanda: "Cosa sto facendo?".
Mi sbattevo a destra e a manca senza soluzione di continuita', non avevo un solo scopo nella testa, nessuna meta, pochi valori (forti?), nessuna idea della mia collocazione nel mondo, nell'universita', nel mio quartiere, nell'universo, nella mia stanza.

Cioe', la mia autostima non era minimamente influenzata da un qualsiasi cazzo di voto. Sentivo molto piu' pesante su di me la gravita' di un'esistenza estremamente consapevole, 50'g' di accelerazione pura, che mi schiacciavano a terra ogniqualvolta mi rendovo conto che il tempo del cazzeggio lecito era volato via uccel di bosco da vari anni, e che non mi restava altro che questo cazzeggio galeotto, da bambino goloso di nutella, da sega consumata sul chi vive con la madre in casa.
E' che il mondo "tremendo e ostile" del caro Gaber, non sarebbe mai venuto a rotolarsi ai miei piedi come una palla docile scodinzolante e affettuosa, ma al massimo mi avrebbe guardato compassionevole, piu' probabilmente si sarebbe interrogato sul perche' percome perdove perquando un bravo ragazzo decide di andare a visitare i parenti piu' remoti, li mortacci sua.

Mi tornava spesso in mente quella frase citata dal mio prof di filo che afferma che ogni uomo viene al mondo con un gesto di non liberta' e poi la cerca tutta la vita.
Nessuno ha chiesto il mio parere per gettarmi un questa Guernica, nessuno si e' curato delle dimensioni del problema che mi stava buttando addosso. Almeno credo. Cio' e' ovvio. E' da stupidi chiedersi: "Ma sara' poi contento di vivere". Perche' e' naturale, tutti sono contenti di vivere - o meglio, di esistere.
Infatti, era cosi' anche per me.
Solo non ero contento di vivere esattamente cosi'.
Era piu' che altro un problema di dettagli.

I dettagli.
Sono sempre stati quelli a fregarmi.

Alberto Ferreri