dician9mila9cento

Io e le mie clark's da diciannovemilanovecento ne abbiamo fatta di strada insieme...

Abbiamo visto le vie di Asti, misteriose ed affascinanti nelle ore in cui la gente-bene ancora dorme, quando stanco e incosciente mi buttavo d'inerzia giù da Corso Dante, sperando di raggiungere nel quarto d'ora standard la stazione, e prendere il fottuto treno setteequindici e poi marciare ancora in stato confusionale fino alle Polinette e poi sedermi pesante e scomposto in mezzo al branco di vegetali e poi.
Abbiamo visto le stesse strade che avevamo consumato all'alba trasformarsi nella propria versione Hyde, quando calate le tenebre la padanissima Torino sputa fuori da chissà quale angolo i suoi reietti e i suoi questuanti, ombre nere di una città nerissima.

Abbiamo visto le vie di Asti nelle ore in cui la gente bene già dorme, vie fredde e ostili come la nebbia rada di città, vie desolate e malinconiche, calcate con passo incerto dopo aver salutato con baci leggeri la propria bella, vie percorse chissà quante volte per raggiungere il liceo, quando ancora non potevamo sapere quanto grande era la felicità che avevamo in pugno.

Abbiamo visto quelle strade, e nel silenzio più cosmico le abbiamo studiate: strade capaci di geometrie fantastiche, su piani mai simmetrici, su linee mai parallele, strade capaci di mutazioni sorprendenti, di variazioni imprevedibili, strade arcinote dall'infanzia. Eppure imperscrutabili.

Abbiamo accostato il nostro passo a molti altri, amici sinceri o canaglie formidabili, cantastorie fantastici o eterni insoddisfatti, ragazze civette, femmine rampanti.
Abbiamo mascherato il nostro passo per poter fuggire tutti questi figuri, quando serio in volto e durissimo nell'animo non desideravo altro che pettinarmi i pensieri nelle scarne melodie del Principe, spingendo oltre il sopportabile il volume del walkman, obbligando i miei poverissimi auricolari a grattare e sforzare su ogni basso, a limare ogni alto, appiattire ogni virtuosismo.

Abbiamo calcato gloriosi campi di provincia, polverosi e rocciosi sotto soli clamorosi, o infangatissimi, quasi paludosi sotto piogge impietose e tristissime.
Abbiamo lasciato quei campi impervi con la testa bassa, umiliati da miriadi di reti, o felici e ghignanti come bimbi alle giostre, con cori da curva e lucidissime convinzioni di scudetti amatoriali.

Abbiamo scorso le vie del centro nei sabati spensierati, mirando gambe lunghissime in gonne cortissime, contemplando corpi dalle armonie indicibili, fasciati da abiti perfetti, o lisciando i capelli della bella, sussurrandole dolci parole; le abbiamo promesso futuri paradisiaci e felicità impareggiabili.
Tuttora inseguiamo quei sogni.

Abbiamo calcato insieme nazioni straniere, ignari dei codici indigeni, turistici ed inadeguati come giapponesi in un bistrot, invicta, muzica e okkiali-scuri come i liceali italiani, annusando i luoghi e la gente, barbaramente felici.

Ora quelle clark's hanno accompagnato i miei passi per l'ultima volta.

Ne ho comprato un altro paio.
Non più da dicannovemilanovecento ma da quarantamila.
Mi e' stato detto: "Sono in offerta."

Ho venduto un po' del mio passato per un po' di rispettabilità in più, figlio consapevole di questa società dall'animo edonista.

Ora, voi varrete anche quaranta karte, sembrate più solide, ma non sapete un cavolo di me e delle strade che percorro.

Vedete di farvi rispettare
che io, intanto, le vecchie non le butto...